Gennaio 2001
Australian Open
MELBOURNE - Le cronache della risurrezione di Lazzaro
sono più scarne di quanto si saprà oggi sulla rinascita di Jennifer Capriati,
ragazza perduta, non meno chiaccherata della Maddalena, attraversata
d'improvviso dalla grazia e incredibilmente vittoriosa sulla favoritissima
Martina Hingis. Jennifer ha infatti sconfitto Martina per 64, 63, in un'ora
e tre minuti, contro tutti i pronostici, tanto che quegli altruisti dei
bookmakers davano la sua vittoria a 5,50.
All'inizio del torneo, si poteva addirittura scommettere sulla Capriati
intorno a 50: ma credo che nessuno, nemmeno suo papà Stefano, ci abbia
azzardato un dollaro. Prima di cercar di spiegare, per doverosa
professionalità, simile sconvolgente vicenda, par giusto accennare alla
prima frase pronunciata da Jennifer, sotto gli applausi di noi scribi,
all'ingresso in conferenza stampa: "The reality hit me", 'La realtà mi ha colpita'.
Jennifer ha infatti giocato una finale quasi perfetta, in stato di trance.
Martina, che cercava di ragionare, è stata sommersa da troppe angosce. Si
prova un senso di giustizia, nel dar conto di un simile risultato.
L'infanzia difficile della piccola Hingis è stata vissuta soprattutto da sua
mamma, Melanie, preoccupatissima di trovare un passaporto che consentisse a
lei e alla piccola di fuggire dal piccolo inferno quotidiano della
Cecoslovacchia comunista. Poi, dall'età di tre anni, tutto è diventato
facile e ordinato, pane e cioccolata svizzera. Anche Jennifer ha avuto in
sorte un passaporto che, a un padre dalla professionalità incostante, era
parso migliore del nostro. Una vita che pareva un dolcissimo chewin gum
color rosa, e che d'improvviso si è tramutata per lei in un incubo, per i
più carogna tra i miei colleghi in un'ambitissima telenovela.
Era stata, Jennifer, la tennista più precoce di tutti i tempi, con la
semifinale del Roland Garros raggiunta nel '90 a quattordici anni e tre
mesi. L'autore e maestro di Chris Evert, Jim, l'aveva svezzata predicendole
un futuro non meno brillante di quello di sua figlia.
E i risultati giungevano, uno dopo l'altro, con le semifinali di Wimbledon e
dello U.S. Open '91, un match perduto di un filo, contro una Seles ancora
integra, e quindi quasi ingiocabile. Il risultato più clamoroso della
bambina prodigio era stato tuttavia quello dell'Olimpiade, una medaglia
d'oro che Steffi Graf riteneva sua proprietà, sfilatale con destrezza.
Poi era giunta la contronda. Gli effetti dell'educazione mancata,
dell'incapacità famigliare a difendersi dalla ricchezza, i notissimi danni
dello star system. E, subito dopo, la discesa agli inferi. Un mio amico
americano, bravo quasi quanto Damon Runyon, ma non meno cinico, aveva
addirittura parlato di una nuova Cappuccetto Rosso, priva della cultura
minima utile a leggere Cappuccetto Rosso.
Dopo un'assenza di tre anni, dopo quella che si definisce rieducazione,
avevo io stesso assistito a tentativi di rientro agghiaccianti. Per
l'elementare ragione che la poverina non era ancora pronta a vivere,
figuriamoci a giocare. Ma, sia giustizia oppure una vena sotterranea di
miracoloso talento, questa ragazzona di ventiquattro anni non era ancora
disposta ad una vicenda quotidiana forse più umana, certo meno emozionante.
A spingerla era ritornato il padre, forse mandante, forse anch'esso vittima.
Paradossalmente, il match più difficile di questo successo molto poco
atteso, sarebbe stato il primo, contro tale Henrieta Nagyova, un 7-5 al terzo
a gola mozza. In quella partita disputata su un campo secondario, intorno
alle quattro del pomeriggio del 15 gennaio, Jennifer avrebbe sbagliato 52
tiri: un'enormità. Contro una Hingis che tutti ritenevamo inavvicinabile,
dopo il doppio Williamsicidio, Jennifer non ha fallito più venti palle. Ma
non certo giocando una partita difensiva. Al contrario, sin dall'avvio ha
preso a dissestare Martina con grandi cross di diritto, e una battuta
tagliata, diretta al centro, che ha tolto ogni reattività alla Hingis.
E' stata sempre in testa, Jennifer, è uscita benissimo, lei tanto meno
leggera, dai palleggi più fitti. Avanti 5 a 1 nel primo, 5 a 3 nel secondo,
non si è mai fatta assalire dalla paura di vincere: proprio lei, che non
conosceva vittorie importanti da almeno otto anni. C'è una campionessa in
più, nel nostro sport. Una donna ritrovata in più, nella vita.
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